Piangere, perchè?

Viviamo in una società dove il pianto è vissuto in chiave negativa, quasi un tabù.

Piangere è socialmente accettato solo in determinate occasioni, in cui il pianto è davvero l’unico sfogo al dolore, in altre occasioni, invece, è malvisto e non accettato.

Si perde così la naturale misura nel relazionarsi con il prossimo, essere educati verso chi incontriamo è dovuto, va bene, ma se si fosse particolarmente nervosi, perché non è accettato un pianto?

Se piangi per lo stress, sei un debole, ti viene ripetuto:<<ci sono ben altri motivi per cui valga la pena piangere>>.

È tutto opinabile, ognuno darà ai suoi problemi il proprio, personalissimo, peso, mica siamo tutti uguali, il mondo è bello perché è vario, non si dice così?

Allora, perché ostinarsi nell’imporre al prossimo di non piangere e non sfogare la propria frustrazione o addirittura felicità? Può anche accadere che un pianto sia liberatorio, felice, portatore di sollievo.

Viviamo in una società che, a dispetto di quel che si percepisce, si definisce libera, ognuno può liberamente esprimere le proprie opinioni e, nel limite della legge, agire liberamente.

Non è vero, viviamo ingabbiati in tante, troppe convinzioni sociali, luoghi comuni che, di generazione in generazione, ci trasciniamo dietro come la coperta di un personaggio famoso dei fumetti.

Senza quelle convinzioni probabilmente ci si sentirebbe vulnerabili, esposti all’ignoto.

Le consuetudini del nostro quotidiano ci ingabbiano e nonostante ciò, non ci preoccupiamo.

I motivi per cui una persona possa piangere son tanti, vari e inconsci, talvolta chi piange si sfoga e non sa neppure perché; ma dopo si sentirà meglio.

La vita è già abbastanza complicata, ricca di variabili infinite e labile, vale davvero la pena preoccuparsi di un pianto?

Lasciamo che chi è nervoso, triste, frustrato, felice o solo confuso, pianga, pianga e si liberi.

Eh già, un pianto può rendere liberi!

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