La conta

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Le stava contando.

Due occhi.

Un naso.

Una bocca.

Due orecchie.

Due braccia.

Due mani.

Due gambe.

Due piedi.

Le voleva contare tutte.

Così aveva iniziato dal principio.

Dalle cose che avrebbe potuto contare per prime, quelle con le quali era nato.

Ne aveva contate quattordici.

Non pensava fossero già così tante.

Aveva continuato: una voce, un cervello, un cuore, per non parlare degli anni.

Ne aveva ottantuno.

Eppure, eppure si domandava se fossero abbastanza, non gli anni, di quelli ne avrebbe voluti volentieri meno.

Seduto sul divano, il sole che salutava la terra, osservava il tramonto dalla finestra e le contava.

Neanche fossero state pecore, ne contò talmente tante che alla fine si addormentò.

La moglie prima di spegnere la televisione lo svegliò, lui assonnato la guardò negli occhi , sorrise, come aveva fatto? si era dimenticato, non l’aveva contata: una moglie.

Si stropicciò gli occhi, tese le braccia, ne aveva contate troppe, alla fine, aveva perso il conto.

Così decise di contare le altre; ma anche di quelle ne contò troppe, pensava che ne avrebbe contate meno, pensava che contando le altre, con ottantun’anni, sarebbero state meno.

Aveva prima contato le cose che aveva, anche le piccole, come un paio di scarpe, una camicia, un piatto, anche queste erano cose che aveva.

Poi, dopo aver perso il conto di quelle, aveva contato le cose che non aveva.

Credeva, dopo aver perso il conto delle prime, che sarebbero state poche, invece pensando e pensando, aveva iniziato a contarle.

Non aveva: una figlia (però aveva due figli), una maglia giallo ocra (ne avrebbe anche fatto a meno, però era vero, non l’aveva), un letto a baldacchino, un motorino, una barca, una cucina nuova, una macchina sportiva, i capelli (per quelli ci rimuginava parecchio), una lauta pensione…

Più ci pensava, più realizzava quanto non avesse, alla fine perse il conto.

Ma non gli dispiacque, non perché alla sua età si fosse “accontentato”, non lo aveva mai fatto, accontentarsi.

Semplicemente aveva capito che anche delle cose che aveva, che erano sue, aveva perso il conto.

Però le cose che possedeva erano sue anche senza che le contasse.

Quelle che non aveva invece…beh, per contarle doveva pensarle, doveva impegnarsi, ragionarci sopra e poi certo, arrivavano, è facile pensandoci e ripensandoci sopra trovare quello che “non si ha”.

Sì pose una domanda: quello che non ho e ho contato mi serve davvero?

No, non gli serviva, erano solo cose che non aveva: punto.

Accettò che nella vita non si potesse “avere tutto” e smise di contare.

Si guardò attorno nella sua casa, qualche rimpianto c’era, anche un bel po’ di scelte sbagliate, ma tutto sommato era felice.

Se non si fosse messo a contarle, non avrebbe sentito il bisogno di nient’altro.

Aveva tutto.

Aveva ciò che gli bastava, sarebbe stato saggio solo non porsi troppe domande, non pensare alle cose che non aveva; non contarle.

Spesso ci si focalizza su tutto quel che manca, tutto quel che in una vita non si possiede, non si ha, perdendo così di vista l’essenziale.

Qual è l’essenziale?

Avere una vita.

La vita è l’essenziale, fondamentale è non sprecarla rincorrendo futilità.

Perché nella vita ciò che conta è possedere l’acume, la perspicacia per viverla al meglio.

Il giostraio ti propone un brano da ascoltare dopo la lettura.

Fabrizio De Andrè – Quello che non ho: