On – Off

Tempo stimato di lettura: 2 minuti.

***

On.

Off.

Continuava a premere l’interruttore.

Seduto, una sedia di legno antica, lo schienale marchiato a fuoco con il disegno di una rosa nel centro.

Il tavolino davanti ai piedi, piccolo, tondo.

Un centrino di duecento anni prima, a crearlo mani esperte, mani antiche, mani plasmate da chissà quali fatiche.

Sopra al centrino c’era lei: l’abat-jour.

On.

Off.

Continuava a premere l’interruttore.

Luce.

Buio.

Osservava la luce spegnersi, la lampadina perdere il contatto con la corrente e la luce venir meno affievolendosi al centro.

On.

Off.

Un attimo di luce e poi il buio.

Luce e buio.

Non guardava altro, solo quella piccola, fragile fonte di luce: la lampadina.

Un attimo.

Questo era il tempo necessario per spegnerla, un attimo di luce, poi subito il buio, prima di premerlo ancora “on” e vederla di nuovo.

Vedere di nuovo la luce.

Una luce diversa.

“Non ci si può bagnare due volte nello stesso fiume”.

Solo allora aveva capito.

Solo allora; spegnendo e accendendo la luce, capì che quella luce non era la stessa, che ogni volta che si spegneva era persa per sempre, sarebbe tornata, ma diversa.

On – off.

Un attimo per creare qualcosa, un attimo per distruggerla.

Lui così aveva fatto.

In un attimo, l’aveva presa, stretto tra le dita i capelli.

Tirata verso di sé prima di sentirlo.

Caldo.

Il sangue colare sul pugno.

On – off.

Labbro spaccato, lingua tagliata dai denti, mandibola gonfia, osso scheggiato.

On – off.

Capelli strappati.

Inerme a terra.

On – off.

Così si era seduto e l’aveva premuto: l’interruttore.

Luce.

Buio.

Un attimo era bastato.

Un attimo di troppo.

Un attimo di troppo ed era arrivato: off.

Altre volte aveva chiesto scusa, a lei e a se stesso.

Altre volte si era promesso da solo: cambierò.

Altre volte non ci era riuscito, la rabbia arrivava in silenzio: on, poi subito off.

Altre volte l’aveva premuto quel tasto e si era spento, diventando violento.

On.

Questa volta però non si era riaccesa, era bruciata.

Off.

Il giostraio ti propone un brano da ascoltare dopo la lettura.

Ermal Meta – Vietato morire:

Un commento su “On – Off

  1. Michele L'Erario

    Allora, avevo percepito dei sentori con altri giri, più forte con il giro “giochiamo a nascondino”, ma con quest’ultimo giro la percezione è stata netta: stai provando con mano a raccontare in modo diverso, la mano è sempre la stessa, è il genere di racconto che è diverso.
    Anche in altri giri hai descritto la violenza, ma qui in modo cruente, reale, senza lasciar intendere, senza lasciar immaginare al lettore, senza mezze misure, in questo giro, la violenza descritta in tutta la sua drammaticità.
    Se prendo come esempio “la paura liquida”, nel quale si affronta il tema del bullismo, della violenza subita, in questo caso forse meno sicura, come se manifestassi un senso di pudore, non sei stata così diretta, esplicita, nel descriverla.
    Anche con “giochiamo a nascondino” hai fatto capire tutto, senza giri di parole, ma ad un certo punto ti sei fermata, la crudezza del male “l’hai fatta capire, non l’hai fatta vedere”.
    Stavolta, forse per la tua maggiore sicurezza, sei stata diretta, niente lasciar capire,”questa è, cosi com’è”.
    Altre considerazioni: ritrovo la tua capacità di descrivere non solo le azioni, anche i luoghi dove queste si svolgono, la scelta dei dettagli è attenta e minuziosa.
    Mi piace il riferimento che hai fatto ad Eraclito ” non ci si può lavare due volte con la stessa acqua di un fiume”, questo per meglio descrivere come la luce non è mai la stessa, anche se ritorna, quando la lampada viene riaccesa dopo essere stata in precedenza spenta.
    Mi piace le similitudini che hai incastonato in modo perfetto: on-off della lampada, luce e buio della stanza, con l’alternanza tra stati “comportamentali” di calma e pentimento, e di violenza di questo uomo; off della lampada con la fine di chi ha subito la violenza.
    Che dire, mi piace proprio questo giro!

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