Un gheriglio di città

Tempo stimato di lettura: 1 minuto e mezzo.

***

L’acqua che scorre.

Piccole onde l’accompagnano.

Cosa?

Un gheriglio di noce, sì, un guscio di noce diviso a metà, buttato in una fontana.

Perché non in un laghetto o in un fiumiciattolo?

Perché lì il cemento ha mangiato tutto, ha coperto, tinto di grigio la terra, il verde dei prati è scomparso, ma non del tutto.

Lo si ritrova nelle aiuole colorate di fiori, accanto ad un bel cartello con scritto: “vietato calpestare le Aiuole”.

“A-I-U-O-L-E”.

La prima parola che insegnano a scuola, perché lei le raccoglie e le fa sue tutte: le cinque vocali.

La prima parola che riporta la natura in città, una natura che non accoglie i piedi scalzi dei bimbi.

I “giardinetti”.

Altra parola, vezzeggiativa di un giardino, che, però, giardino non è; è terra butatta tra porfido e calce; è prato in cui scalzi non si va, non si sa mai in cosa, nascosto in agguato tra i baffi dell’erba, di non naturale, si possa inciampare.

Meglio munirsi di scarpe dalla rigida gomma, meglio giocare su scivoli plastici e colorate altalene.

Meglio distrarre con finti cavalli di ferro.

Fantocci, stilizzati cavalli che si fingono veri.

La natura cacciata dalla città si cerca di farla tornare, ma i colori non fanno un giardino, non fanno “natura”.

I colori: il paliativo cittadino.

Come fare per farla tornare?

Provare a guardare le stelle.

Ah no, anche quelle in città ora son spente.

Un tappeto di stelle che la luminosa città ha messo in castigo.

Piccole onde l’accompagnano.

Cosa?

Un gheriglio di noce diviso a metà.

Un gheriglio di noce di città.

Il giostraio ti propone un brano da ascoltare dopo la lettura.

Toto Cotugno – Voglio andare a vivere in campagna:

Un commento su “Un gheriglio di città

  1. Michele L'Erario

    “Chissà se ti piacerà”.
    Certo che mi piace, si tratta di un giro più leggero del precedente, comunque di grande riflessione.
    Il cemento ha mangiato tutto.
    E poi c’è il palliativo del ” giardinetto” con il cartello non calpestate le aiuole!
    Forse chi nasce in città, è talmente abituato a tutto questo che non trova nulla di anormale: dal verde miniaturizzato in parte riprodotto a tutti i comfort che la vita di città può dare, a portata di tasto.
    Qualunque desiderio, in città lo trovi soddisfatto, munirsi di carrello e pronti per gli acquisti, nei centri commerciali caldi d’inverno e freschi d’estate; e poi tutti i luoghi dove ci si diverte.
    Ci metto pure le palestre per il movimento, l’attività fisica; mica si corre nei campi.
    Forse si corre di più, tra il cemento.
    In città è tutto a portata di mano, ci vogliono solo i soldi che si possono spendere.
    Tutto gira intorno al dio denaro, se c’è un centro commerciale, a pochi passi se ne costruisce un altro ancora più grande, cemento su cemento.
    Questo giro così leggero poi non è: secondo me, è una resa dei conti, ci si guadagna, ma alla fine si perde molto di più.
    Si perde il senso delle cose.
    Si perde il sapore delle cose.
    Si perde la connessione tra le cose e il tempo.
    Si perde la natura.
    “Voglio andare a vivere in campagna”.
    Tu sai che io ci sono nato e vivo, per questo riesco a cogliere le differenze, e posso dirti che la città non è per me!
    Chissà se l’uomo capirà che ha un tantino, o molto esagerato, nei confronti della natura, e anche di se stesso.
    Quante cose potrei scrivere a titolo di esempio, ma mi trovo di fronte alla giostraia, che ha colto pure lei le differenze, non a caso ha scritto questo giro.
    Mi chiedo se a tutto c’è un limite.
    Adesso ti invito ad ascoltare un brano prima di rispondermi: “il ragazzo della via gluck” di Celentano.
    Troverai in quel brano tutto quello che non ti ho scritto, e che il tuo racconto ha cercato di dire.
    Grazie.

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